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La carezza del Puma Emerson: «Con questa maglia ho vissuto un sogno»

Fabrizio Pucci
Emerson in azione contro la Pro Vercelli (Pentafoto)
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Emerson in azione contro la Pro Vercelli (Pentafoto)

Il difensore ha rotto con la società dopo quattro stagioni su Facebook un lungo messaggio per salutare

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LIVORNO. Ramos Borges Emerson è un ex giocatore del Livorno. Qui ha vissuto quattro anni indimenticabili: oltre cento presenze, sette gol, una promozione in serie A e due dolorose retrocessioni. Ora però non rientra più nei piani tecnici della società. Eppure qui ha dato l'esempio. Di uomo e di calciatore. E la città lo ama. Lui, nel giorno del commiato ha affidato a Facebook le proprie emozioni: «Ci ho messo una settimana per scrivere quelle poche parole, perché ad ogni riga piangevo e dovevo ricominciare da capo». Emerson è un uomo perbene. «Ringrazio Livorno perché qui ho imparato molte cose. Quello livornese è un popolo sofferente perché la città è un po' abbandonata a se stessa, ma questa gente non molla mai ed è sempre pronta a regalarti un sorriso».

GIOCATORE E UOMO. Quella del Puma è una dichiarazione d'amore: «Dal primo giorno in cui sono arrivato ho subito sentito l'affetto della gente e io non potevo che ripagarla dando tutto me stesso sul campo perché quello è l'unico modo che conosco per sdebitarmi».  La sua voce è rotta dall'emozione: «Qui sono stato apprezzato come uomo e questo è ciò che conta di più. Io sono un giocatore di calcio, ma questo è un dato secondario. Lo sono alle tre del sabato quando gioco. Per il resto della settimana sono un uomo e Livorno ha voluto bene all'uomo oltre che al giocatore e questo non potrò mai dimenticarlo».

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ANNI INTENSI. «L'ultima stagione è stata pesantuccia, ma qui sono imparato molto grazie ad allenatori capaci che mi hanno dato tanto. E poi con la maglia amaranto ho coronato il sogno che avevo da bambino: giocare e segnare in serie A». Emerson tocca il cuore dei tifosi amaranto: «Mi avete insegnato il senso di appartenenza. Per me giocare nel Livorno è stato come indossare la maglia del Joinville, la mia città natale in Brasile. Il mio è un arrivederci. Tornerò, magari da dirigente. Per ora no perché mi sento ancora calciatore».

L'EPILOGO. L'ultimo campionato è stato amaro: «Tengo a precisare due cose. Primo: dopo l'infortunio stavo bene da novembre. Secondo: ho giocato poco perché gli allenatori hanno fatto altre scelte che sebbene non condividessi, ho rispettato perché io ero pagato solo per fare il giocatore. Certo. La situazione poteva essere gestita meglio, ma intendo chiarire che non ho mai litigato con nessuno nello spogliatoio e che non ho mai avuto problemi con gli allenatori. Resta l'amore per Livorno e l'amore dei livornesi per me».

 

 

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